IL COLPO DI ZURIGO: QUANDO GLI 007 ITALIANI STUPIRONO IL MONDO


Giorni fa è stato l’anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale, nonché data designata per festeggiare le nostre Forze Armate: il 4 novembre.

Di avvenimenti spettacolari ne sono successi tanti durante il Primo Conflitto Mondiale, ad esempio il raid di Gabriele D’Annunzio su Vienna, la “beffa di Buccari”, l’affondamento della “Szent Istvan”, le azioni degli Arditi (reparti d’elite del Regio Esercito), ma uno in particolare ha suscitato l’attenzione di molti quando esso, venne desecretato dagli archivi dei Servizi Segreti italiani, perché furono proprio loro gli artefici, in particolare il SIRM (Servizio Informazioni della Regia Marina): si trattò del “Colpo di Zurigo”.

Ma andiamo agli antefatti: settembre 1915, la guerra in Italia, è già cominciata da qualche mese.

Nel mare di Brindisi si staglia la figura della corazzata “Benedetto Brin”, l’ammiraglia della Regia Marina; alle otto un’esplosione tremenda squassò la nave, che venne avvolta da una coltre di fumo giallo e rossastro alta cento metri; metà dell’equipaggio rimase ucciso nella tragedia, 21 ufficiali e 433 tra sottufficiali e marinai: si trattò subito di sabotaggio.


Ma non fu il solo episodio: nel porto di Genova, un’ intera calata (sotto il controllo militare) venne totalmente distrutta, ma l’evento più devastante fu l’esplosione di un carro ferroviario carico di proiettili navali, ricoverato nei binari del porto di La Spezia: morirono 265 persone tra militari e civili.

L’Italia nelle retrovie scese nel terrore:  la rete degli austro-tedeschi è presente ovunque e si serve di tanti italiani; per due anni non se ne venne a capo, ma un giorno i Carabinieri arrestarono un uomo intento a piazzare una carica esplosiva sotto la diga delle Marmore, presso Terni; dalle informazioni ottenute dal sabotatore catturato, si capì che la centrale di sabotatori fu il consolato austro-ungarico di Zurigo, gestito dal servizio segreto militare imperiale, l’ “Evidenzbureau”, comandata proprio dal console stesso (in verità un ufficiale della Marina Asburgica sotto copertura), Rudolph Mayer.

Egli creò una fitta rete di spie e sabotatori, in gran parte italiani, e con una disponibilità finanziaria praticamente illimitata: sarebbero serviti per poter “comprare” il tradimento di molti nostri compatrioti.

 Così, il Servizio segreto della Regia Marina italiana, incominciò a studiare un piano: il comandante in capo, il Capitano di Corvetta Pompeo Aloisi, uomo dal carattere duro e determinato, comincia a studiare la situazione, facendo sorvegliare la palazzina dove ha sede il consolato austriaco.

Vuole entrare nell’ufficio del console, aprire la cassaforte, portar via i progetti dei sabotaggi e le cartelle dei sabotatori, smascherando così l’intera organizzazione.

Si reclutano i partecipanti al colpo: due ingegneri triestini, perfetti conoscitori della lingua tedesca, Salvatore Bonnes e Ugo Cappelletti, il marinaio Stenos Tanzini di Lodi, il meccanico triestino Remigio Bronzin, specialista nel fabbricare chiavi.

Si riesce anche a coinvolgere l’avvocato Livio Bini di Livorno, un funzionario del consolato austro ungarico con pendenze nei confronti dello stato italiano, in modo da utilizzarlo come agente doppiogiochista.

La cassaforte verrà aperta dal re degli scassinatori, Natale Papini di Livorno, prelevato dal carcere in cui era detenuto per avere svaligiato una banca di Viareggio: insomma … una sorta di “Ocean Twelve” in salsa italiana!  

L’avvocato Bini, il doppiogiochista interno al consolato, fornisce tutte le informazioni e si occupa di fare il calco delle chiavi, ci sono ben sedici serrature da aprire prima di arrivare alla cassaforte; la notte di carnevale, il 22 febbraio 1917, venne tentato il colpo, ma il gruppo di scassinatori si trovò davanti una porta inaspettata, la diciassettesima.

L’operazione salta; due sere dopo si riprova, di sabato, con il guardiano in ferie, mentre il cane lupo in giardino venne addormentato con del cloroformio.

Il commando fu composto da quattro persone: Tanzini, Papini, Bronzin e Bini.

Vennero aperte tutte le porte e si arrivò alla cassaforte; Tanzini accese una lampada a petrolio e vennero oscurate le finestre con dei panni neri.

In strada, a far la guardia, restarono Bonnes e Cappelletti; Papini si mise all’opera con la fiamma ossidrica, dopo quattro ore bucò la cassaforte, che emise un gas venefico; la squadra di scassinatori dovette spegnere le luci, aprire le finestre, usare l’acqua di un vaso per bagnare i fazzoletti e metterli sulla bocca.

Si beve l’acqua del vaso per mitigare gli effetti del gas, ma è fatta: documenti, codici di cifratura, l’elenco completo delle spie in Italia, il numero dei conti correnti della banca di Lugano dove venivano depositate le somme pagate per i sabotaggi, i piani per i futuri attentati, una grossa somma di denaro, gioielli e una preziosa collezione di francobolli.

Per guadagnare tempo nella fuga, gli 007 italiani spezzarono una chiave in una delle serrature: gli austriaci ci misero diverse ore prima di scoprire lo scasso;  tre valigie piene di materiale arrivarono in Italia, gli attentati si fermano, vengono fatte retate di spie. Missione compiuta.

Ovviamente, data l’estrema riservatezza dell’operazione, ufficialmente non avvenne nessun riconoscimento … ma che fine fecero tutti gli artefici dell’operazione?

Il Comandante Pompeo Aloisi, finita la guerra, lasciò la Marina e riprese la carriera diplomatica acquisendo poi cariche e il Titolo di barone nei governi Mussolini.

I Tenenti Cappelletti e Bonnes, il sottufficiale della Regia Marina Tanzini e l'operaio Bronzin, furono sempre fieri di aver portato a termine l'operazione per puro amore di patria, senza aver mai chiesto o ricevuto compensi o decorazioni di sorta o altre gratificazioni d’ordine morale.

Su tutti loro cadde una coltre di silenzio, tanto che la estrema modestia dei protagonisti scoppiò poi in una dignitosa protesta.

Nel settembre del 1958 (dopo l’outing di Tanzini su la Domenica del Corriere del 20 marzo 1955) in una memoria precisa e circostanziata, pubblicata sulla stampa nazionale, Cappelletti e Bonnes illustrarono nei minimi particolari come fu effettivamente preparato ed eseguito il colpo di Zurigo.

Difatti, proprio in quel periodo, fu creato e presentato nelle sale cinematografiche, un film ispirato a tale avvenimento: “Senza Bandiera” del 1951, prodotto da Luigi Freddi, e come attore protagonista, l’allora famoso Paolo Stoppa.  


Rimase invece alquanto deluso Natale Papini, che aveva ricevuto la promessa di potersi appropriare di tutto il denaro rinvenuto nella cassaforte austriaca: egli ricevette soltanto 30.000 lire perché i soldi e i gioielli personali vennero signorilmente nel dopoguerra restituiti al console e alla consorte.

Così si conclude la storia di una delle più audaci operazioni di spionaggio della storia moderna, un’azione poco conosciuta non meno importante da non essere menzionata.

IL COLPO DI ZURIGO: QUANDO GLI 007 ITALIANI STUPIRONO IL MONDO

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